È una domanda che non ci poniamo quasi mai. Ci chiediamo che forma abbia, che lingua parli, come si nasconda. Ma non ci chiediamo mai cosa metta in tavola. Come se il diavolo, per definizione, non avesse fame. Come se fosse troppo impegnato a tentare le anime per pensare a colazione, pranzo e cena.
Eppure, la fame è la prima cosa che ci accomuna a qualsiasi creatura. Se il diavolo esiste—e per secoli, popoli di ogni cultura hanno creduto che esistesse—allora mangia. Forse non come noi. Forse non ciò che mangiamo noi. Ma qualcosa lo consuma, qualcosa lo nutre.
Le tracce sono ovunque, sparse nei testi sacri, nei racconti popolari, nei riti antichi. Si dice, ad esempio, che il diavolo si nutra di offerta negata. Il pane che non viene spezzato, il vino che non viene versato. L'abbondanza che viene trattenuta, egoisticamente, fino a marcire. È una fame simbolica, certo, ma molto concreta: è la fame dell’eccesso, della non-condivisione. Del rifiuto del legame.
Nel folklore tedesco dell’Ottocento, si racconta che il diavolo ami il burro rancido e le uova marce. Non perché sia goloso del sapore, ma perché quelle cose rappresentano la vita che non è diventata vita. L’uovo che non si schiude, il latte che si trasforma in muffa. È un’ossessione per ciò che quasi era, ma ha fallito. In molte regioni alpine si lasciavano queste cose sulle soglie delle stalle, per placare “lo spirito delle tenebre”. Non era un omaggio. Era un tentativo di tenerlo lontano, sazio e distratto.
E poi c’è l’idea antica, medievale, secondo cui il diavolo si nutre di parole non dette. Nella simbologia dei conventi certosini, ogni silenzio immotivato era considerato un pasto per il Maligno. Si pensava che il tacere ciò che è giusto, il non denunciare, il non consolare, fosse nutrimento puro per l’oscurità. Il diavolo non mangia cibo, in questi casi. Mangia omissione.
Ma esistono anche rappresentazioni molto più carnali. Nei grimori del Seicento, viene descritto un banchetto infernale in cui si servono lingue di menzogna, cuori di usuraio, fegati d’invidioso. La cucina dell’Inferno è chirurgica: trasforma i vizi in ingredienti. Non metafore, ma parti del corpo corrotte dall’anima. È l’eco di un’idea spaventosa: il diavolo non si limita a tentare. Assaggia ciò che ha avvelenato.
In alcuni riti esorcistici della Corsica, si racconta che un tempo si spargessero semi di papavero neri attorno ai letti dei posseduti, perché “il diavolo non può resistere all’ossessione di contarli”. Non mangia i semi. Ma divora il tempo che perde nel contarli, e quella fame di controllo lo distrae, lo logora, lo indebolisce. È una forma primitiva di guerra mentale. Anche il cibo può essere trappola.
E poi c’è una leggenda inquietante, raccolta nei registri inquisitoriali dell’Inquisizione spagnola. Si racconta che in alcuni sabba, il diavolo accettasse offerte non in oro o incenso, ma in pane spezzato tra i denti e poi sputato. Un’offerta oscena, fatta di rifiuto e disprezzo. Il pane, alimento sacro, profanato in un gesto animalesco. Il diavolo lo prendeva, lo masticava ancora, lo ingeriva lentamente. Perché quel pane, secondo chi lo offriva, non era più pane: era potere.
Cosa mangia il diavolo, allora?
Mangia ciò che l’uomo spreca. Ciò che l’uomo corrompe. Ciò che l’uomo nega.
Non gli serve cucinare. Gli basta aspettare. Sa che tutto ciò che non viene usato con coscienza—cibo, parole, desideri—alla fine va a lui.
È una fame invisibile. Ma è costante. È fame di ciò che si perde, perché non ha trovato amore o scopo.
Non troverai mai il diavolo a tavola.
Ma è sempre in cucina. Aspetta quel che cade. Vive di quello.
E il giorno in cui non ci sarà più nulla da sprecare, forse, morirà di fame



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