La guerra tra Russia e Ucraina è esplosa nel cuore dell’Europa, ma le sue onde d’urto hanno colpito molto più lontano. Se i riflettori dei media si sono concentrati (giustamente) su ciò che accade tra Kyiv e Mosca, sul piano geopolitico ed economico le conseguenze più gravi le sta pagando, ancora una volta, l’Africa. Non è la prima volta che succede. E probabilmente, purtroppo, non sarà l’ultima.

Per capire come una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza possa provocare crisi alimentari, economiche e sociali devastanti in paesi africani, bisogna prima guardare alla struttura del commercio mondiale — e a chi dipende da chi.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, uno dei primi effetti globali è stato il blocco delle esportazioni di grano, mais, orzo e fertilizzanti. Ucraina e Russia, infatti, sono tra i maggiori esportatori agricoli del pianeta. In particolare, l’Ucraina è conosciuta come il "granaio d’Europa", ma gran parte del suo grano non va in Europa: va proprio in Africa.

Ecco il punto: oltre il 40% del grano consumato in molti paesi africani proviene da Russia e Ucraina. Tra i paesi più colpiti ci sono Egitto, Somalia, Sudan, Libia, Tunisia, Nigeria. Quando i porti ucraini sono stati chiusi, e le navi cariche di grano sono rimaste ferme, il prezzo del pane è letteralmente esploso. In alcune aree, è aumentato del 60% in poche settimane. Per milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà, significa non poter più mangiare ogni giorno.

Ma non è solo una questione di pane. I fertilizzanti, prodotti in larga parte in Russia e Bielorussia, sono diventati introvabili o troppo costosi. Risultato? I contadini africani raccolgono meno, e il ciclo si autoalimenta: meno produzione locale, più dipendenza dalle importazioni, più vulnerabilità ai conflitti esterni.

E poi c'è la speculazione. I mercati internazionali, vedendo la crisi, hanno fatto quello che fanno sempre: scommettere sui futures del grano. E come sempre accade in queste situazioni, a rimetterci sono i più poveri. L’accesso al cibo non è stato bloccato per mancanza fisica di risorse, ma perché i prezzi sono saliti troppo per chi già fatica a sopravvivere.

L’impatto è stato così drammatico che il World Food Programme ha lanciato diversi appelli, sottolineando come il conflitto in Ucraina abbia fatto schizzare in alto il numero delle persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, specialmente in Africa Sub-sahariana. In alcune regioni del Sahel e del Corno d’Africa, il rischio carestia è tornato a livelli da allarme rosso.

E la cosa più dura da digerire è che non è la prima volta che l’Africa paga il prezzo delle guerre altrui.

Durante la guerra in Iraq (2003), il rialzo globale del prezzo del petrolio ha causato una cascata di inflazione nei paesi importatori africani, già fragili e indebitati. Con la guerra in Siria, centinaia di migliaia di rifugiati hanno attraversato anche il Nordafrica, generando tensioni, nuove rotte migratorie e sfruttamento umano. La guerra in Libia (2011), alimentata da interventi esterni, ha lasciato una scia di instabilità regionale che ha ancora oggi effetti devastanti, specie in Mali, Niger e Ciad. Le guerre dell’Occidente e delle potenze globali hanno lasciato spesso l’Africa a gestire le conseguenze sociali, economiche e ambientali.

Il paradosso è amaro: l’Africa non causa queste guerre, ma ne subisce sempre le conseguenze più pesanti. Questo accade perché molti paesi africani sono ancora fortemente dipendenti economicamente dall’esterno, e perché i loro margini di manovra politica e finanziaria sono limitati da debiti internazionali, instabilità interna e fragilità istituzionale.

Ma c’è anche una componente strategica spesso taciuta: in un mondo interconnesso, le guerre sono anche strumenti di controllo indiretto. Quando un continente è affamato, dipendente, in crisi, diventa più ricattabile. Più disposto a cedere risorse in cambio di "aiuti", più vulnerabile alla pressione geopolitica, più incline ad accettare condizioni commerciali sfavorevoli.

Oggi si parla di “nuove colonizzazioni” economiche — e in un certo senso lo sono. Perché anche se le guerre non si combattono fisicamente in Africa, le loro macerie arrivano lì per prime: sotto forma di fame, instabilità e impoverimento. E mentre il Nord del mondo discute di sanzioni, alleanze e forniture militari, interi villaggi africani devono scegliere tra un pasto al giorno o l’abbandono dei campi.

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